Viaggi all’interno di storie di uomini e donne che hanno rischiato di perdersi


“Per arrivare alla speranza bisogna passare attraverso la sofferenza”: con queste parole il giornalista e scrittore Diego Motta ha sintetizzato il senso dell'incontro del 10 luglio scorso a Rondine intitolato “Fuori dalle dipendenze-Sperare oltre le frontiere della sofferenza”.

All'appuntamento, inserito nel calendario della manifestazione estiva VolArondine, hanno partecipato alcuni componenti dell'Associazione Mirimettoingioco, formata da ex giocatori d'azzardo e loro familiari, insieme alla psicologa Valentina Cocci, responsabile del Gruppo Gand del Dipartimento Dipendenze Az-Usl8, e appunto a Motta, che per l'occasione ha presentato il libro “Pezzi di vita. Sperare è possibile” (Libroteca/Paoline).

Trait d'union fra le varie realtà è stato proprio questo testo dove, fra le varie storie, c'è un capitolo dedicato a Rondine e un altro incentrato sul gioco d'azzardo. “Nel momento in cui si tocca il fondo ci si può rialzare solo se si trova qualcuno a cui affidarsi” ha affermato il giornalista.

La psicologa ha mostrato alcuni spot della campagna Snai realizzata da Oliviero Toscani in cui si invita al gioco associandolo esplicitamente a immagini di spensieratezza e felicità. Ha quindi sottolineato come il gioco d'azzardo in Italia abbia registrato una preoccupante impennata – dai 6,77 miliardi di euro nel 1993 fino ai 53 del 2009 - e ha ricordato alcuni degli elementi che ne fanno un'attrattiva per molte persone: la sua accessibilità, la facilità e la possibilità di farlo anche in solitudine.

Particolarmente toccanti sono state le testimonianze di due ex giocatori: Lorenzo, la cui vicenda è raccontata più in dettaglio nel libro di Motta, e Marco, che ha spiegato come la sua “rinascita” sia iniziata un venerdì, quando ha iniziato a giocare con le macchinette al bar alle 9.00 di mattina e alle 17.00 era ancora lì. “La crisi va vissuta come un'opportunità – ha poi affermato – perché è qualcosa che può aiutarci a diventare persone migliori”. Anche alcuni familiari hanno rievocato il difficile cammino a fianco delle vittime da dipendenza: sono soprattutto loro – molto più di amici o istituzioni – a contribuire al recupero del proprio congiunto. “La speranza non può essere finta o artefatta – ha concluso Motta – ecco perché i momenti in cui ci mettiamo in discussione sono i più veri”. (L.M.)

 

(Foto di Enrico Mancini)