Dieci anni fa il campione incontrò gli studenti e le studentesse del Quarto Anno Rondine. Oggi, quelle parole tornano come una consegna semplice e profonda: scegliere una direzione, lavorare ogni giorno, trasformare ciò che accade in opportunità senza negare il dolore.
Alex Zanardi è morto a 59 anni. La notizia della scomparsa dell’ex pilota di Formula 1, campione CART e poi simbolo mondiale dello sport paralimpico, è stata comunicata dalla famiglia e rilanciata dalle principali agenzie e testate internazionali. Dopo l’incidente del 2001 al Lausitzring, nel quale perse entrambe le gambe, Zanardi era tornato allo sport diventando uno dei volti più amati del paraciclismo, con quattro ori e due argenti paralimpici tra Londra 2012 e Rio 2016. Nel 2020 un nuovo gravissimo incidente, in handbike, durante una staffetta benefica in Toscana, aveva aperto l’ultima lunga stagione di silenzio e cure.
A Rondine il suo ricordo passa anche da un incontro rimasto nella memoria della Cittadella della Pace: quello con gli studenti e le studentesse del Quarto Anno Rondine, dieci anni fa. Non fu una testimonianza costruita intorno all’eccezionalità di una vita. Fu, piuttosto, una conversazione limpida sulla vita stessa: le difficoltà, le cose che accadono, ciò che non scegliamo e ciò che possiamo ancora farne.
«Il tema è la vita», disse ai ragazzi. E aggiunse una frase che oggi torna con una forza particolare: «Le difficoltà sono tali, sennò avrebbero un altro nome». Non c’era retorica in quelle parole. Non c’era il tentativo di rendere il dolore più bello, né di trasformare la fatica in una formula motivazionale. C’era la consapevolezza di chi aveva conosciuto la frattura e aveva imparato, giorno dopo giorno, a non lasciarle l’ultima parola.
Davanti agli studenti e alle studentesse che stavano per iniziare un anno speciale di scuola, convivenza, relazione e crescita, Zanardi raccontò anche suo padre. Un idraulico, un uomo semplice e saggio. Da bambino, quando sognava di trasformare la passione per l’automobilismo in un mestiere, gli aveva dato un consiglio essenziale: capire dove si vuole andare e usare ogni giorno per avvicinarsi un poco.
Era questo, per Zanardi, il punto: non l’incasso immediato del risultato, non l’applauso, non la vittoria come unica misura del cammino. Ma il lavoro quotidiano. La pazienza. La curiosità. La capacità di guardare gli altri, imparare, copiare anche, se serve, ma poi chiedersi se quella strada sia davvero la propria.
In quel dialogo con i giovani del Quarto Anno, la scuola diventava il luogo in cui ci si prepara alle domande che la vita farà più avanti. Anche quando sembra lontana dai sogni, anche quando appare faticosa, anche quando non se ne capisce subito il senso. Zanardi lo spiegò con parole concrete: risolvere un problema di matematica, impegnarsi in ciò che si ha davanti, dotarsi di strumenti che domani potranno servire per affrontare progetti più vicini alle proprie passioni.
Parlò dello sport come di una scuola esigente, dove non ci si può nascondere. Ogni gara restituisce il frutto del lavoro fatto. E quando si perde – perché accade spesso, molto più spesso che vincere – resta una sola possibilità: tornare al lavoro, capire dove si è sbagliato, costruire qualcosa in più e ripresentarsi meglio alla prova successiva.
È qui che le sue parole incontrano profondamente Rondine. Non nel culto dell’eroe, ma nella responsabilità del cammino. Nel Quarto Anno Rondine, ragazzi e ragazze italiane vivono un’esperienza educativa che tiene insieme studio, convivenza, trasformazione del conflitto, responsabilità personale e apertura agli altri. Zanardi portò davanti a loro una grammatica simile: non negare il limite, ma attraversarlo; non cercare scorciatoie, ma costruire strumenti; non avere fretta di arrivare, ma imparare ad abitare il progetto.
Alla fine, lasciò ai ragazzi un augurio che oggi suona come una consegna: «Trasformare ogni cosa che vi accadrà nella vita, bella o brutta che sia, in un’opportunità».
Non è una frase facile. Non lo era allora, non lo è oggi. Perché trasformare non significa cancellare. Non significa dire che tutto va bene. Significa trovare, dentro ciò che accade, uno spazio ancora umano di scelta, di lavoro, di possibilità.
Alex Zanardi non c’è più. Restano le gare, le medaglie, le immagini diventate memoria collettiva dello sport italiano e internazionale. Ma a Rondine resta anche altro: la voce di un uomo che, davanti a una platea di giovani, non chiese ammirazione. Chiese attenzione alla vita.
E disse, quasi sorridendo, che si può fare.