Che cosa significa abitare l’inquietudine senza esserne travolti? E come può il conflitto, nelle sue forme personali, sociali, geopolitiche e tecnologiche, diventare occasione di cambiamento? Da queste domande si è sviluppata una delle giornate centrali di YouTopic Fest, il festival promosso da Rondine Cittadella della Pace, che ha attraversato linguaggi, generazioni e prospettive diverse: dall’intelligenza artificiale alla giustizia riparativa, dal racconto giornalistico della guerra alle imprese, dalla diplomazia alla spiritualità francescana, fino ai percorsi dei giovani della World House e del Quarto Anno Rondine. Il filo conduttore è stato quello dell’inquietudine non come ostacolo, ma come energia da orientare. Non una parola astratta, dunque, ma una condizione concreta del nostro tempo: inquietudine davanti alle tecnologie che cambiano il modo di conoscere, davanti alle guerre che sembrano moltiplicarsi, davanti alla fragilità della democrazia internazionale, davanti alla difficoltà di educare, riparare, comprendere.
La riflessione sull’intelligenza artificiale ha aperto uno dei fronti più urgenti del presente: non solo che cosa la tecnologia può fare, ma che cosa noi decidiamo di farne. A partire da una domanda provocatoria – millantare la conoscenza o organizzare la conoscenza? – Mafe de Baggis, docente, scrittrice e Digital Media Strategist, ha richiamato il rischio di mancare ancora una volta un’occasione storica.
“L’inquietudine vera che nasce dall’arrivo delle intelligenze artificiali è quella di sprecare una nuova opportunità di migliorare il mondo dove viviamo, cosa che per esempio è già successa con l’avvento di internet. Dobbiamo imparare a utilizzarla per immaginare un mondo diverso, perché quello dove viviamo è un po’ andato a male. Il controllo però resta nelle nostre mani, il tempo liberato grazie all’utilizzo della AI deve essere restituito a noi stessi e al nostro benessere”.
La tecnologia, dunque, non come destino, ma come scelta. È su questo stesso terreno che si è inserito Federico Taddia, giornalista, autore televisivo e radiofonico, scrittore specializzato nella divulgazione scientifica e culturale per ragazzi. Taddia ha raccontato di aver cambiato completamente il contenuto del proprio intervento durante il tragitto dalla stazione di Arezzo alla Cittadella della Pace, dopo un dialogo con una ex studentessa del Quarto Anno Rondine: “Ero in auto con Anna e mi ha raccontato come per lei, che ha problemi di dislessia, la AI riesca a mettere ordine negli appunti aiutandola a comprendere meglio le cose e a ricavarsi più tempo per se stessa. La vera sfida per ciascuno di noi è dunque riuscire a trasformare questo tempo liberato in bene comune”.
La riflessione si è poi spostata sull’errore, sulla sua rimozione e sulla sua potenza educativa. Irene Funghi, giornalista di Avvenire, ha ricordato che proprio ciò che l’intelligenza artificiale tende a correggere o cancellare può diventare, nella vita reale, un principio di trasformazione: “L’errore ha una grande valenza generativa, può essere il punto di partenza per qualcosa di nuovo e positivo, come avviene a Rondine, dove i giovani cercano di dare una possibilità alle ferite che si ritrovano addosso e ritrovano speranza. Indica una strada nella quale ognuno si deve mettere in gioco”.
Diletta Huyskes, ricercatrice ed esperta di etica delle tecnologie e impatto sociale dell’IA, ha infine riportato il discorso alla concretezza dei sistemi. Ha sfatato alcuni miti sull’intelligenza artificiale, ricordando che si tratta di una infrastruttura complessa e costosa, realizzata principalmente da aziende private, e che “non potrà mai avere delle emozioni vere come alcuni temono”. La AI, ha spiegato, è “uno specchio di noi stessi”: ha aumentato gli standard di performance e ha reso più evidenti crisi già aperte, dalla scuola all’insegnamento, dai criteri di assegnazione dei compiti alle modalità di valutazione, fino alla selezione del personale nel mondo del lavoro.
Dalla conoscenza organizzata dalle macchine alla conoscenza custodita dalle storie, il passaggio è stato naturale. Il workshop “Raccontare l’inquietudine con Gabriella Simoni” ha proposto un percorso sul valore del racconto, soprattutto quando la realtà da raccontare è ferita dalla guerra, dal dolore e dalla distruzione. Gabriella Simoni, professionista del giornalismo che ha attraversato contesti segnati da conflitti profondi, si è soffermata su un aspetto spesso sottovalutato: gli strascichi della guerra. Ha richiamato i Balcani, Gaza, l’Irlanda del Nord, cioè luoghi in cui la violenza non finisce quando tacciono le armi, ma continua a lavorare nelle famiglie, nelle memorie, nei linguaggi, nelle comunità: “L’angoscia degli ultimi anni è la consapevolezza che pur essendoci più informazioni su ciò che accade nel mondo, la comprensione della gente di questi fatti è precipitata. Per questo urge tornare a un rapporto serio con la realtà. Dove arrivano semplificazione e strumentalizzazione politica, abbiamo finito di capire”. È uno dei passaggi centrali della giornata: in un tempo saturo di informazioni, la vera emergenza non è solo sapere di più, ma comprendere meglio. Rondine ha posto così il tema del racconto come responsabilità pubblica: non addomesticare il conflitto, non usarlo come materiale retorico, non ridurlo a slogan, ma restituirgli complessità e umanità.
Il confronto sulla realtà ha trovato una sua prosecuzione nel panel “Imprese di Pace nell’era dell’inquietudine”, dove l’intervista di Lina Palmerini, giornalista e opinionista, notista politica del Sole 24 Ore, a Elisabetta Belloni, già Segretario Generale del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale e già Direttore Generale del Dipartimento delle Informazioni per la Sicurezza, ha portato al centro le fragilità della geopolitica contemporanea. In un momento in cui l’ordine internazionale appare lacerato e si torna a parlare di “guerra giusta”, la cooperazione non è stata presentata come un ideale filosofico, ma come una dura necessità strategica per non essere messi fuori gioco. Belloni ha descritto uno scenario di crisi per l’Europa, chiamata a investire in ricerca, innovazione ed energia. “Se non si investe in ricerca, innovazione, energia, saremo sopraffatti da altri”, ha detto. E ancora: “Se il riarmo è il contributo a una difesa integrata, lo vedo come un elemento positivo, ma mi auguro porti a un aumento della capacità produttiva di tutti i Paesi europei, senza che prevalga uno Stato sull’altro”. Il punto critico, ha sottolineato Belloni, riguarda però la dimensione politica: l’Europa rischia di muoversi verso il riarmo senza rafforzare una vera governance comune. Servono politiche condivise e il superamento del sistema dei veti. “Dopo la Seconda guerra mondiale l’ordine mondiale aveva tre obiettivi: pace, democrazia, prosperità. Su questi temi però negli ultimi anni c’è stato un arretramento. Dobbiamo avviare la costruzione di un nuovo ordine mondiale, mettendo al centro i valori umani e contrastando le disuguaglianze che alimentano l’instabilità. Non dobbiamo lasciare nessuno indietro. In questo contesto la Chiesa ha un ruolo centrale: indicare che se uno Stato viene lasciato indietro, si ricreano le condizioni dello squilibrio e dell’instabilità”. Dentro questo scenario, anche il mondo dell’impresa è stato chiamato a misurarsi con il proprio ruolo. Il panel ha offerto l’occasione per valorizzare il percorso delle Imprese di Pace, nato dal Metodo Rondine e dalla collaborazione con Fondazione KON. Francesco Ferragina, della Fondazione KON, ha ricordato che sostenibilità e fiducia sono oggi i veri capitali aziendali e che le imprese non possono più permettersi di ragionare singolarmente. La pace, in questa prospettiva, non è un tema esterno all’economia, ma una condizione della sua possibilità.
La riflessione sulla pace come responsabilità concreta è arrivata al cuore dell’esperienza di Rondine con l’Angolo del Conflitto di Franco Vaccari. Spesso Rondine viene considerata ininfluente rispetto alle grandi dinamiche globali di guerra e pace. Proprio da questa obiezione è partita l’intervista condotta da Lina Palmerini, che ha portato il Metodo Rondine dentro l’arena delle domande più scomode. Vaccari ha richiamato anzitutto il valore educativo dell’esperienza di Rondine. L’educazione funziona su tempi lunghi, mentre l’oggi è dominato dalla velocità. Ma se non fosse più possibile pensare nel lungo periodo, allora – ha osservato – tanto varrebbe chiudere le scuole. Il presidente e fondatore di Rondine ha insistito sulla necessità di andare controcorrente “ostinatamente”, senza assecondare la cultura del disprezzo. Anche quando si parla di identità, ha ricordato, si dimentica spesso che essa è frutto di infinite relazioni con l’altro. Rondine scommette sul passo possibile verso la pace: riconoscere il “nemico” come persona, senza paura di fallire e anzi riconoscendo il valore generativo dei fallimenti. “A noi piace la figura di san Francesco perché ha parlato con il lupo. Se non ci parliamo, lo facciamo diventare sempre più ‘lupo’. A me piace dire che un lupo sonnecchia in ognuno di noi. Per questo l’antidoto alla paura è la fiducia e non si compra al supermercato, ma nasce nelle relazioni. Nasciamo con una dotazione di base che poi viene rafforzata dall’andare avanti nei ‘nonostante’. Se si resta nelle aspettative disattese e nelle disillusioni, allora si costruisce la fiducia. Non abbiamo alcuna pretesa di salvare il mondo, ma solo di dare un piccolo contributo di valore”. È una dichiarazione che tiene insieme realismo e speranza: Rondine non promette scorciatoie, ma indica un metodo. Non rimuove il lupo, prova a parlargli.
Questa stessa prospettiva è emersa nel workshop “La Tavola inquieta per la Pace. La ricerca del Laboratorio internazionale sul Metodo Rondine”, coordinato da Benedetta Sonaglia. Al centro, le testimonianze di Anna e Mariam, due Rondini d’Oro — russa la prima, armena la seconda — che hanno raccontato l’inquietudine che le ha spinte a scegliere Rondine e a incontrare il proprio rispettivo nemico. Le loro testimonianze hanno attraversato tre tempi: l’inquietudine che le ha portate alla Cittadella della Pace, quella vissuta durante il percorso e quella con cui oggi lasciano Rondine per rientrare nei Paesi d’origine. Molti docenti presenti hanno riletto queste esperienze attraverso le proprie categorie disciplinari, soffermandosi in particolare sui concetti di vulnerabilità e giustizia. Aldo Piccone, esperto e docente di Diritto Internazionale, Claudia Mazzucato, docente di diritto penale all’Università Cattolica di Milano ed esperta di giustizia riparativa, insieme a Fabrizio Lobasso, hanno ricordato la centralità di Rondine nella costruzione di un modo diverso di intendere la diplomazia: non solo trattativa tra Stati, ma lavoro profondo sulle persone, sulle memorie, sulle relazioni e sulle ferite che alimentano i conflitti.
La dimensione della ferita e della relazione è tornata con particolare intensità nel panel “Giustizia Riparativa: più forti del crimine e della vendetta”. Una condanna è per sempre? La legge e un principio elementare di umanità rispondono di no; la mentalità comune, spesso, risponde di sì. La giustizia riparativa abita proprio questo confine, lavorando là dove la frattura sembra irreparabile. Il panel ha messo al centro testimonianze capaci di superare la distanza tra vittima e autore del reato, senza cancellare responsabilità, dolore, memoria. Hanno partecipato Franco Bonisoli, ex brigatista nel gruppo di fuoco di via Fani e da anni impegnato in percorsi di giustizia riparativa; Giovanni Ricci, figlio di uno degli agenti uccisi durante il rapimento Moro; Lorenzo Sciacca, mediatore sociale e scolastico, direttore tecnico del Centro di Giustizia riparativa e mediazione di Padova, protagonista del podcast “Io ero il Milanese”; Claudia Mazzucato, docente di diritto penale e giustizia riparativa; Filippo Boni, assessore regionale e autore del libro “Gli eroi di via Fani”; Suor Grazia del Monastero delle Domenicane di Pratovecchio, da anni in contatto epistolare con detenuti e vittime. A moderare l’incontro, Antongiulio Gigante, docente all’Università di Trieste. Particolarmente intensa la testimonianza di Giovanni Ricci, che ha raccontato il percorso di incontro con Franco Bonisoli: “Non posso restituirti tuo padre, ma chiedimi qualsiasi cosa per te e io la farò”, gli disse Bonisoli. Ricci ha spiegato: “A me non interessa sapere che lui ha scontato la sua pena. A me interessava sapere perché era lì quel giorno e lui me lo ha detto con le sue parole. Ho trovato una persona come me. La forza che ha avuto di venire da me e dirmi: sono qui, mi ha dato più della giustizia. Questo mi ha fatto capire che se si vuol cambiare si può, e questa è la cosa più importante, la più meravigliosa. Mi chiedono se disonoro la memoria di mio padre e io credo di no. O si continua a odiare o si perdona e si va avanti. Si fa pace. Ho trovato persone che pensavo fossero nemici e ho trovato degli amici. Mi hanno dato le risposte che la giustizia penale non mi ha mai dato”. Una testimonianza che ha mostrato il senso più profondo della giustizia riparativa: non sostituire la giustizia penale, ma aprire uno spazio umano che la sola pena non riesce sempre a raggiungere.
Dalla riparazione della frattura al cambiamento sociale, il passo successivo della giornata è stato “Dal Conflitto all’impatto”, dedicato alla presentazione dei progetti di impatto sociale ideati dagli ex studenti del Quarto Anno Rondine. L’inquietudine, qui, è diventata azione. Il conflitto non è stato raccontato solo come esperienza da elaborare, ma come motore di innovazione e responsabilità. La formazione conta davvero quando esce dall’aula e cambia qualcosa fuori: è questo il senso della collaborazione tra Rondine Cittadella della Pace e DHL, che per il secondo anno sostiene il Percorso Itaca 2025-2026, la fase conclusiva del Quarto Anno a Rondine. Il percorso accompagna i giovani nella trasformazione dell’esperienza educativa in progetti concreti nei propri territori. Il risultato è una mappa d’Italia attraversata da idee che prendono corpo: cinque progetti di impatto sociale, oltre 200 beneficiari diretti, più di 300 beneficiari indiretti stimati, cinque territori coinvolti tra Nord, Centro e Sud e oltre 15 partner locali attivati tra scuole, enti e associazioni. In questa cornice, il Quarto Anno Rondine conferma la propria natura: non un anno scolastico aggiuntivo, ma un laboratorio di cittadinanza, dove l’esperienza personale diventa responsabilità collettiva.
La giornata ha poi aperto una finestra su una delle radici più profonde di Rondine: la dimensione francescana. Il panel “San Francesco: una sfida di 800 anni fa”, moderato da Daniele Rocchi di Agensir, ha proposto una rilettura di Francesco nella prospettiva delle Stimmate e della Verna, una delle realtà spirituali e simboliche alle radici della Cittadella della Pace. Non un San Francesco ridotto a immagine rassicurante, “figlio dei fiori” o icona neo-ecologista, ma una figura di sconfinamento e dialogo: un uomo capace di attraversare il conflitto senza armi, di entrare nella ferita senza esserne divorato, di trasformare il nemico in interlocutore. È qui che il richiamo a Rondine diventa evidente: anche nella Cittadella della Pace il nemico smette di essere una categoria astratta e torna a essere un volto, una storia, una possibilità di relazione. Nella riflessione proposta dal panel, Francesco vive perfino le Stimmate dentro una logica di relazione. Non come ripiegamento sul dolore, ma come conferma della sua missione di viaggio, incontro e attraversamento. La ferita non chiude, apre. Non immobilizza, rimette in cammino. In questa prospettiva, parlare con il lupo non significa addomesticare il conflitto, ma riconoscerlo, abitarlo, trasformarlo. Al confronto hanno partecipato Elisabetta Belloni; Folco Terzani, regista, scrittore e sceneggiatore, figlio di Tiziano Terzani; frate Giuseppe Buffon, nuovo Magnifico Rettore della Pontificia Università Antonianum; frate Francesco Zecca, frate minore e responsabile del progetto Oikos, comitato di coordinamento della rete francescana del Mediterraneo; e frate Guido Fineschi, padre guardiano de La Verna. Per Elisabetta Belloni, Francesco richiama all’essenziale: la pace non è soltanto assenza di guerra, ma costruzione paziente di relazioni, ricerca della verità nell’incontro con l’altro, disponibilità a uscire dalle proprie sicurezze. Giuseppe Buffon ha ricordato come, in Francesco, la pace non sia mai separata dal conflitto: lo attraversa, lo abita, lo trasforma. È pazienza, travaglio, dinamica viva. Francesco Zecca ha riportato questa intuizione al presente, indicando la necessità di partire dai margini per ricucire ciò che è frammentato, soprattutto nel Mediterraneo, spazio di fratture ma anche di legami possibili. Il tema francescano si è così legato al resto della giornata: parlare con il lupo, attraversare la ferita, trasformare la paura in relazione, fare della pace non una parola decorativa, ma una pratica esigente. Una domanda resta aperta, come consegna e provocazione: oggi, sconfinare come Francesco può ancora essere una via per ricostruire legami che sembrano impossibili?
Nel tardo pomeriggio, l’Angolo del Conflitto con Angela Staude Terzani ha portato il pubblico dentro una riflessione sulla guerra attraverso una vita vissuta accanto a Tiziano Terzani, grande inviato, giornalista e scrittore. Scrittrice e traduttrice, Angela Staude Terzani partì nel 1972 per l’Asia con il marito, vivendo per trent’anni tra Singapore, Sudest asiatico, Hong Kong, Cina, Giappone e India. Attraverso memoria, esperienza e testimonianza, l’incontro ha restituito la guerra non come fatto lontano, ma come realtà che attraversa biografie, famiglie, sguardi e scelte di vita. Un ulteriore tassello nel percorso di YouTopic Fest: non parlare dell’inquietudine dall’esterno, ma riconoscerla come parte della storia di chi ha visto il mondo cambiare attraverso i conflitti.
La giornata ha, poi, trovato uno dei suoi momenti più significativi nel passaggio di consegne all’interno della World House. Le nuove Rondini d’Oro hanno concluso il Social Impact Semester, mentre gli studenti Junior hanno completato il primo anno e raccolto il testimone per diventare i nuovi Senior della Cittadella della Pace. È stata anche l’occasione per salutare le ragazze colombiane dell’Universidad del Norte di Barranquilla, che hanno terminato il loro percorso e tirocinio a Rondine. Le parole di Bernadette, Rondine d’Oro maliana della World House, hanno incorniciato questo momento di transizione e continuità: “Oggi noi vi affidiamo Rondine. Ve la affidiamo con fiducia. Con affetto. Con gratitudine. Vi affidiamo anche le future rondini che arriveranno dopo di voi. Quelle che varcheranno questo luogo con le loro valigie, le loro paure, le loro domande, i loro sogni. Abbiate cura di loro. Abbiate cura di questo luogo. Abbiate cura delle persone che ne fanno parte. Abbiate cura dei valori che rappresenta. E quando arriverà il momento di volare lontano, ricordatevi questo: le rondini possono partire, possono cambiare cielo, possono attraversare distanze immense. Ma non smettono mai davvero di tornare”. In queste parole c’è una delle immagini più forti dell’intera giornata: Rondine come luogo che non trattiene, ma affida; non chiude, ma prepara alla partenza; non pretende appartenenza, ma responsabilità.
Anche studentesse e studenti del Quarto Anno Rondine hanno chiuso il proprio percorso con un discorso corale, accompagnati dal tutor Andrea Margiacchi e dal responsabile del progetto, Noam Pupko. Le loro parole hanno restituito il senso più intimo dell’esperienza vissuta: partire non per fuggire, ma per conoscersi: “Nonostante vissuti, personalità e abitudini diverse, eravamo tutti accomunati dalla stessa inquietudine: quella che ti spinge a fare qualcosa senza sapere bene il perché, semplicemente perché senti che è quella cosa che ti accende. Così abbiamo scelto come meta del nostro viaggio noi stessi e abbiamo capito che, per riuscire a trovarci, saremmo dovuti partire, anche a costo di lasciare indietro alcune certezze e affidarci a qualcosa che ancora non conoscevamo”. E ancora: “Siamo arrivati qui con vissuti estremamente diversi, ma questo quarto anno ha permesso la creazione di una radice comune, che sarà quella che ci terrà uniti per sempre, nonostante il tempo e la lontananza. Dunque cominciamo a volare insieme, l’uno a fianco all’altro, consapevoli che, anche se le nostre strade si separeranno, sono già destinate a incontrarsi ancora infinite volte”. Il passaggio è il segno di una formazione che non si misura soltanto nei contenuti appresi, ma nella capacità di dare un nome alle proprie inquietudini, di attraversarle insieme agli altri e di trasformarle in scelta.
Nel suo insieme, la giornata di YouTopic Fest ha mostrato la cifra più profonda di Rondine: non un luogo separato dal mondo, ma un laboratorio immerso nelle sue fratture. Le intelligenze artificiali, le guerre, la crisi dell’ordine internazionale, la giustizia, l’impresa, l’educazione, la spiritualità e le storie dei giovani non sono stati temi accostati tra loro, ma parti di un’unica domanda: come si resta umani dentro un tempo inquieto?
La risposta emersa da Rondine non è una formula, ma un metodo. Ascoltare prima di giudicare. Comprendere prima di semplificare. Riconoscere il nemico come persona. Trasformare il dolore in responsabilità. Fare dell’errore una possibilità. Del tempo liberato un bene comune. Della memoria non una prigione, ma una radice.
È così che l’inquietudine, alla Cittadella della Pace, smette di essere soltanto paura. Diventa movimento. Diventa parola. Diventa relazione. Diventa impatto. Diventa, soprattutto, una forma concreta di pace.
YouTopic Fest 2026 ha ricevuto la Medaglia del Presidente della Repubblica; è realizzato con il patrocinio di: UNESCO, Regione Toscana, Provincia di Arezzo, Diocesi di Arezzo-Cortona-Sansepolcro, Comune di Castiglion Fibocchi, Comune di Terranuova Bracciolini, Unione dei Comuni del Pratomagno; con il contributo del PR FSE+ 2021-2027 della Regione Toscana, Poste Italiane, Sebach; con il sostegno di Stride S.r.l., Temera S.r.l., Banca Popolare di Cortona, ElleErre S.r.l., Estra S.p.A., Chimet S.p.A. e Unoaerre Industries S.p.A., Coingas S.p.A., Camera di Commercio Arezzo e Siena, Unioncamere; Itas Mutua; Giacca S.r.l., Federcasse; con il supporto di Unicoop Firenze e Fondazione Il Cuore si Scioglie, Caporali & Bruni S.r.l., Centro Chirurgico Toscano; Fondazione Baracchi; partner tecnici Fattoria La Vialla, Fondazione Cattolica, Fabianelli, Habitech, Confcommercio, Confindustria Toscana Sud, Assifero, Miniconf S.p.A., Discover Arezzo, Sugar, Filarete, Live95, OIDA, Rondine International Lab, Lorenzo Pagliai, Andrea Migliorati, AGESCI, Azione Cattolica Italiana, KON Fondazione, Giratine.it. L’iniziativa è promossa nell’ambito di Giovanisì, il progetto della Regione Toscana per l’autonomia dei giovani.